Così il direttorio franco-tedesco vuole aggredire le banche italiane
La recente decisione dell’Eba, l’autorità di supervisione europea sulla vigilanza creditizia, prevede che i primi 70 istituti europei, considerati di rilevanza sistemica, aumentino il loro Core Tier 1 Ratio (l’indice di solidità patrimoniale delle banche) dal 7 per cento al 9 per cento. Ma c’è dell’altro. L’Eba ha fissato nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico, superando le disposizioni precedenti che prevedevano la contabilizzazione dei titoli iscritti nel portafoglio bancario “Held to maturity” (detenuto a scadenza) al valore di acquisto. di Giuseppe De Lucia Lumeno
11 AGO 20

La recente decisione dell’Eba, l’autorità di supervisione europea sulla vigilanza creditizia, prevede che i primi 70 istituti europei, considerati di rilevanza sistemica, aumentino il loro Core Tier 1 Ratio (l’indice di solidità patrimoniale delle banche) dal 7 per cento al 9 per cento. Ma c’è dell’altro. L’Eba ha fissato nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico, superando le disposizioni precedenti che prevedevano la contabilizzazione dei titoli iscritti nel portafoglio bancario “Held to maturity” (detenuto a scadenza) al valore di acquisto.
Tale misura, in apparenza neutrale, nasconde in realtà una conseguenza nefasta per gli istituti italiani e per le banche di quei paesi il cui debito sovrano è al momento sottoposto a forti tensioni speculative e pertanto soggetto a grande deprezzamento.
Le banche italiane, evidentemente, sono esposte in misura rilevante sui titoli di stato nazionali mentre detengono una quantità limitata di titoli esteri; le banche tedesche e francesi, invece, potranno compensare le perdite sui titoli dei paesi “periferici” con le “plusvalenze” potenziali dei titoli di debito del proprio paese.
Si tratta, a ben guardare, di misure diametralmente opposte a quelle necessarie per fronteggiare la crisi del debito sovrano dei paesi dell’Unione, impegno su cui le autorità centrali europee si dichiarano fortemente investite. Il deprezzamento “contabile” del debito sovrano italiano si somma, di fatto, a quello speculativo operato dai mercati, acuendo in tal modo le tensioni e l’indeterminatezza sull’intero sistema.
Le banche italiane, evidentemente, sono esposte in misura rilevante sui titoli di stato nazionali mentre detengono una quantità limitata di titoli esteri; le banche tedesche e francesi, invece, potranno compensare le perdite sui titoli dei paesi “periferici” con le “plusvalenze” potenziali dei titoli di debito del proprio paese.
Si tratta, a ben guardare, di misure diametralmente opposte a quelle necessarie per fronteggiare la crisi del debito sovrano dei paesi dell’Unione, impegno su cui le autorità centrali europee si dichiarano fortemente investite. Il deprezzamento “contabile” del debito sovrano italiano si somma, di fatto, a quello speculativo operato dai mercati, acuendo in tal modo le tensioni e l’indeterminatezza sull’intero sistema.
L’ulteriore e più rilevante conseguenza è rappresentata dall’impoverimento economico e patrimoniale delle banche coinvolte e dall’inevitabile riduzione della loro capacità di finanziare l’economia reale. Con queste nuove regole, gli istituti italiani sono chiamati a ricapitalizzarsi per oltre 14 miliardi di euro, in un periodo tutt’altro che favorevole per la promozione di nuovi e consistenti aumenti di capitale. Ciò renderà oneroso il ricorso al mercato, anche in considerazione dello scarso appeal attribuito dagli investitori ai titoli azionari del settore creditizio. Qualora le banche italiane non riuscissero a soddisfare pienamente le nuove esigenze di capitalizzazione, sarebbero inevitabilmente costrette a razionare gli affidamenti, penalizzando in particolare le piccole e medie imprese.
Un aspetto singolare di tale provvedimento, inoltre, è rappresentato dal fatto che il criterio di contabilizzazione ai valori di mercato non viene applicato ai titoli privati (cosiddetti titoli di 3° livello), tra i quali si annidano veri e propri titoli tossici come i subprime Usa. Perché allora le nuove misure regolamentari non mirano decisamente a penalizzare le attività ad alto rischio collegate alla detenzione di titoli strutturati legati a cartolarizzazioni e a derivati, ma fanno crescere la dotazione patrimoniale degli intermediari senza distinguere tra banche d’investimento e banche dedite all’intermediazione tradizionale?
A partire dal fallimento della Lehman Brothers, all’inizio della crisi, fino al recente caso della Dexia, il cui fallimento per la seconda volta è stato evitato soltanto per l’intervento pubblico, la realtà ha dimostrato che i casi di default verificatisi in questi anni sono legati proprio alle pratiche di trasformazione dei crediti in strumenti finanziari complessi e alla detenzione di grandi quantità di titoli illiquidi, frutto della cosiddetta finanza innovativa.
La risposta alla domanda menzionata, pertanto, può apparire capziosa ma i fatti rappresentano una chiara evidenza.
Le grandi banche francesi, tedesche e olandesi, come Deutsche Bank, Bnp, Ing, Rbs, detengono questi titoli ad alto rischio in grandi quantità e non si fa certo uno spregiudicato esercizio di malizia se si valuta che l’operato dell’Eba risponde agli indirizzi delle autorità politiche Ue più determinate e influenti, condizionate in primo luogo dal direttorio francese e tedesco.
Le grandi banche francesi, tedesche e olandesi, come Deutsche Bank, Bnp, Ing, Rbs, detengono questi titoli ad alto rischio in grandi quantità e non si fa certo uno spregiudicato esercizio di malizia se si valuta che l’operato dell’Eba risponde agli indirizzi delle autorità politiche Ue più determinate e influenti, condizionate in primo luogo dal direttorio francese e tedesco.
di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione nazionale fra le banche popolari